RICORDO DI VITO FRAZZI
di Franco Floris


Di Vito Frazzi conservo gelosamente una folla di ricordi che risalgono al 1924, anno in cui venni a Firenze per studiare con Lui. E proprio dei miei primi incontri col Maestro mi piace raccontare alcuni momenti che tanta breccia fecero nel mio animo, tutto dedito alla scoperta degli arcani segreti della musica. Egli abitava allora al numero 17 di Via Luigi Alamanni, in un mezzanino modesto, ma per me pur tanto ricco di suggestiva atmosfera. Dalla finestra del suo studio si scorgeva il piazzale dell'antica stazione granducale, dal quale giungevano sbuffi, sferragliamenti e gli acuti sibili delle vaporiere in manovra. Nella tenue luce della sua stanza di lavoro, un caminetto angolare di pietra grigia, dove d'inverno non sempre gemevano e fumigavano dei ceppi ardenti; un pianofortino di cui i tasti estremi mostravano delle bruciacchiature giallastre per essere destinati a fungere da posa-sigaretta; un tavolo scuro al centro; un piccolo scaffale con pochi libri, di cui ricordo i trattati di orchestrazione del Berlioz, del Widor e del Rimskij - Korsakov; le partiture tascabili delle sinfonie beethoveniane, e quelle del Falstaff e del Pelléas et Melisande che Egli adorava superlativamente ("queste due partiture, mi diceva, insegnano più di tutti i trattati di orchestrazione messi insieme"). Nello stesso scaffale lo spartito del Boris - altro suo inestimabile feticcio - e quello del Tristano, ma del Grande di Lipsia non ne amava troppo il teatro, salvo poi a smentirsi se si metteva a suonare, quando il finale del Tristano, quando l'Ouverture dei Maestri Cantori o il temporale della Walkiria, pezzi che Egli eseguiva quasi a memoria, traendo dal Suo piccolo pianoforte delle imprevedibili sonorità orchestrali. Appesi alle pareti, un'annerita maschera di Beethoven e alcuni quadretti di Oscar Ghiglia - che stimava come il massimo pittore del Suo tempo, nonché una lunga serie di piccole fotografie, ormai ingiallite, nelle quali il Frazzi e il Petrolini (di cui il Maestro era grande amico) si scambiavano a gara, alternativamente, delle spassose e terribili boccacce. Per Vito Frazzi l'insegnamento rappresentava una missione pari a quella del comporre. Non "mollava" l'allievo prima di non averne corretto e ben levigata la pagina. Si adirava per una sensibile nascosta non risolta, e non perdonava nemmeno al Suo massimo idolo, al Verdi, di essere ricorso di quando in quando a tanto sotterfugio di cui, a memoria, ne citava alcuni casi al pianoforte. Era molto generoso nell'impartire i Suoi insegnamenti, tanto che una lezione poteva protrarsi anche per un intero pomeriggio. Ma quanti fatterelli potevano accadere nel corso di questa! Intanto la lettura delle ultime pagine scritte del Suo Re Lear, che della lezione quasi sempre ne costituivano il preambolo. Accompagnandosi al pianoforte, ne accennava anche il canto mentre di quando in quando, sorridente e visibilmente soddisfatto, si voltava verso di me, quasi a leggere sul mio volto se la mia soddisfazione per quelle pagine appena "sfornate" era pari alla Sua. Caro Maestro Frazzi! La modestia non era certo l'ultima delle Sue virtù. Ma guai a contestargli, anche timidamente, le raffinate correzioni ai nostri elaborati! Una volta, a un discepolo che ci si provò, che non era poi uno scolaro da poco, replicò il Maestro, un po' sornionamente: "D'altra parte c'è anche chi preferisce la pasta al sugo a quella al ragù". La lezione prosegue ... ma ecco affacciarsi all'uscio, appena dischiuso, il volto della Signora Olga: "Vito, Vito, c'è di là una signorina che vuol farsi sentire la voce". E giù, di lì a poco, un intero atto di Bohème, con la speranzosa signorina da un lato, il Maestro al pianoforte, la sorridente Maria, subito accorsa, a voltar le pagine e ad accennare con la sua graziosa vocina, quando la parte di Musetta, quando quella di altro personaggio, ed io, forse un po' impaziente, ma anche divertito, a starmene vicino al tiepido caminetto con la piccola Giovanna sulle ginocchia. Alla fine della lunga lezione, il Maestro, a me, all'orecchio: "Trenta lire le sembrano troppe?". Durante un'altra lezione arriva frettoloso Luigi Dallapiccola con una grande partitura sottobraccio, quasi sproporzionata alla sua statura. "Voglia scusarmi, maestro, e anche tu, caro Floris: si tratta di un rapidissimo controllo dell'agibilità di alcuni pizzicati di questa mia partitura", un "rapidissimo" che forse non durò meno di un'ora! La casa Frazzi era aperta a tutti, senza preavviso. Quando vi giungeva Eva Riccioli, insofferente alle prevedibili lunghe attese, da buona e generosa faccendona si recava subito in cucina - magari "armata" di un pentolino bello e approntato, per una mano di aiuto alla Signora Olga. Se vi faceva irruzione Giovanni Papini - che mi appariva un po' troppo alto e ingombrante per lo studiolo del Maestro - non mancava di incominciare con qualche saporito frizzo o lazzo. Se poi vi arrivava anche il Ghiglia e il Picchi (maestro del giovane e promettente violinista Marchionni) allora erano subito urla e parolacce, magari a causa di una partita a scopone giocata la sera avanti. Comunque, lezione, pacifica conversazione o lite che fosse, veniva subito interrotta al passare di un drappello di reali carabinieri, preceduto da fanfara. Il Maestro era il primo a correre alla finestra per godersene la colorita sfilata.
Proprio non credevo di poter ripescare dal profondo della memoria tante commoventi immagini che ora vengono a rinverdire l'affetto, la riconoscenza e l'ammirazione per il mio indimenticabile Maestro, immagini che ho tentato di fissare in queste semplici righe.

F. Floris - Ricordo di Vito Frazzi
(da: Omaggio a Vito Frazzi 1888 - 1988)